Ghino di Tacco

Parlano di me? Della serie: “Quando si coglie nel segno”!!! Chi non sa cosa rispondere nel merito attacca la forma…

In Uncategorized on 25 settembre 2010 at 16:48

Paolo Carlani

Cinzia Fabrizi, Consigliere Comunale di Terni (Lista Baldassarre)

Quello che leggerete di seguito è un post scritto da Paolo Carlani e pubblicato anche dal Consigliere Comunale di Terni (Lista Baldassarre), Cinzia Fabrizi, in risposta al mio del 23 settembre dal titolo “Quoziente familiare a Terni, l’evanescente proposta di Baldassarre“. Dal tono della risposta sembra proprio che il sottoscritto abbia colpito nel segno. Coda di paglia? Chi lo sa. Comunque, visto che anche tutto lo sparlare del Carlani nulla modifica nelle mie convinzioni, nulla chiarisce sui miei dubbi mettendo soltanto in evidenza la scarsità e l’evanescenza della proposta, ho pensato di riportarlo integralmente in modo tale da permettere a chiunque vorrà di farsi una propria idea sull’argomento:

Ghino di Tacco, chi è costui? Ovvero gli inconsistenti sproloqui di un (finto) “bandito” medioevale.

Ghino di Tacco, chi era costui?

La storia racconta di un bandito del XIII secolo. Un bandito a suo modo “gentiluomo” — citato perfino, quale onore, dal sommo poeta Dante Alighieri nella sua Commedia — che calando dall’imprendibile rocca di Radicofani sulla sottostante via Francigena compiva delle imboscate ai viaggiatori, si informava dei loro beni e li derubava quasi completamente, però lasciando loro di che sopravvivere, ed offrendo loro un banchetto. Ovviamente a volto scoperto.

Le cronaca attesta che il “bandito”, morto e sepolto da centinai d’anni, tornò a farsi vivo sullo scorcio del XX secolo firmando editoriali di analisi politica sull’Avanti. Si nascondeva in realtà dietro questo pseudonimo Bettino Craxi, allora segretario del P.S.I., che, sentitosi dare del “Ghino di Tacco” da Eugenio Scalfari, aveva fatto proprio l’epiteto rovesciandolo, così, contro il suo spregiatore. Ho detto “si nascondeva”, ma il termine è improprio poiché tutti sapevano che Ghino era Bettino e così anche quest’ultimo, bandito o non bandito, agiva a viso scoperto.

Ma ecco che, all’inizio del terzo millennio, un fantasma si aggira per la Conca Ternana e per la rete delle reti: Ghino di Tacco, una volta ancora redivivo, che va sproloquiando a destra e a manca.

Ma è Ghino? O non è piuttosto un “impostore”?

Perché, cari amici, il vero Ghino, nel XIII come nel XX secolo, aveva tutto un altro stile. Bandito o non bandito era un gentiluomo. E quel che faceva o diceva lo faceva e lo diceva mettendoci la faccia.

Questo qui invece, questo sedicente Ghino della Conca, la faccia la tiene ben nascosta. Non solo: sale addirittura in cattedra per spiegarci che “il problema non è chi ha scritto il post, ma discutere dell’evanescenza della proposta”! E no, caro “bandito”, discutere nel merito va benissimo, ma prima devo sapere con chi discuto. Devo sapere che il mio interlocutore si assume, come faccio io, la responsabilità di quello che dice. E la responsabilità è personale.

No, a pensarci bene non può proprio essere. Il vero Ghino riposa, a Sinalunga o a Hammamet.

Ghino della Conca, però, non riposa. Si aggira e posta.

Merita risposta?

Forse no. L’anonimo argomentare zoppica alquanto, anzi, proprio non si regge. E poi una risposta, limpida e circostanziata, l’ha già data la mia amica Consigliera Fabrizi…

A quanto pare, però, il Ghino nostrano — “bandito” sì, ma a volto coperto e quindi per nulla “gentiluomo” — le risposte altrui non le legge o, se le legge, non le capisce. E allora, forse, giova spendere qualche momento a ripeterle (del resto, come dicevano gli antichi, “repetita iuvant!”)

E poi a chi non ha il coraggio di firmarsi proprio non si può lasciare l’ultima parola.

Vabbe’, rispondo. Anzi, già che ci sono per comodità del lettore seguo passo passo le orme del “bandito”.

1) richiamarsi “espressamente” – come Lei ha scritto – “ad un modello studiato e già sperimentato in altre città” non vuol dire niente, ed il fatto che esista un network di una cinquantina di comuni che ha adottato come nome del dominio “www.cittaperlafamiglia.it” significa ancora meno;

Perché mai richiamarsi “a un modello studiato e già sperimentato in altre città”, e al network “Città per la Famiglia” non dovrebbe significare niente? Al contrario, significa fare riferimento a una o a più esperienze realiconcrete, nell’ambito delle quali il “quoziente familiare” è stato effettivamente adottato! Ripeto: esperienze reali di concreta applicazione del “quoziente familiare”, con tanto di tabelle e formule, ovviamente.

O forse Ghino della Conca pensa che a Parma abbiano perso tempo in chiacchiere? E che più di cinquanta amministrazioni, di destra, di centro e di sinistra, abbiano tutte preso un colossale abbaglio aderendo con entusiasmo a una pura operazione di facciata, vuota e propagandistica?

2) non ho nulla in contrario a vincolare “il Comune ad adottare un sistema tariffario e fiscale che aiuti le famiglie meno ricche e più numerose”, l’unico problema è che non avete specificato come farete. Parlare di quoziente familiare in …senso lato è come dire nulla. Non avete presentato nemmeno uno straccio di calcolo previsionale degli eventuali minori introiti per l’amministrazione che potrebbero derivare dall’introduzione di un nuovo meccanismo di calcolo. Non avete nemmeno presentato uno straccio di previsione demografica, nessun riferimento statistico;

Certo l’Atto di indirizzo della Lista Baldassarre non spiega nei particolari il meccanismo che dovrà essere adottato. Ma Ghino lo sa che cos’è un Atto di indirizzo? Conosce la differenza tra un Atto di indirizzo e un Regolamento con la sua corona di provvedimenti attuativi? Sa distinguere il ruolo della minoranza da quello della maggioranza e dell’Amministrazione in carica? Sinceramente qualche dubbio mi viene…

Un Atto di indirizzo fornisce, appunto, degli indirizzi al Sindaco e alla Giunta. E tanto basta. Sta poi a loro tradurli in concreti atti di governo. Non certo a un gruppo consiliare per di più di opposizione.

Eppure, a guardar bene, l’Atto in questione fa molto di più. Non parla affatto del “quoziente familiare in senso lato”, ma contiene in sé, pur se non trascritti, esattamente tutti quegli elementi (calcoli, previsioni, statistiche) che il “bandito” rivendica. Li contiene proprio in quanto fa espresso riferimento al “quoziente Parma”, cioè al modello concretamente adottato, con tanto di calcoli, previsioni, formule, tabelle, statistiche ecc. ecc. dal Comune di Parma! Capito ora che significa l’“espresso riferimento”?

Ma forse, troppo impegnato a postare su blogsocial network, Ghino non ha avuto il tempo e la voglia di studiare la questione magari facendo qualche giretto sul sito del Comune di Parma o su quello del network che giudica tanto insignificante. Tempo e voglia, invece, li hanno avuti la Consigliera Fabrizi (e i suoi colleghi della Lista Baldassarre) che ha predisposto l’atto solo dopo un accurato e faticoso studio degli atti ufficiali e della documentazione relativa all’esperienza del Comune di Parma e di altri Comuni aderenti al networkstesso.

Del resto e per concludere: se la proposta è così evanescente da esser equiparata al nulla, come spiega il prode Ghino della Conca il fatto che il Sindaco Di Girolamo — notoriamente di tutt’altra parte politica rispetto ai proponenti — l’ha pubblicamente definita assai interessante e meritevole di essere presa in considerazione dall’Amministrazione senza alcuna preclusione?

3) se la tassazione sarà in funzione della numerosità del nucleo familiare come potremo misurare le variazioni del benessere individuale al variare del numero dei membri del nucleo familiare, un concetto in cui – ovviamente – nella proposta non si fa cenno. Come considerare l’indicatore di peso ai fini del calcolo matematico di ciascun membro della famiglia? Come si pesano altri familiari a carico per arrivare al risultato finale?

Qui confesso, anche a causa dell’uso un po’ poco ortodosso della lingua, di fare un po’ fatica a capire le obiezioni. Consiglio però di nuovo, vivamente, una visitina al sito del Comune di Parma: lì Ghino di indicatori, formule, pesi, calcoli matematici né troverà in abbondanza.

4) la tassazione a quoziente familiare a poi anche un altro effetto collaterale negativo: tende a ridurre l’offerta di lavoro femminile, che in Italia è tra le minori d’Europa, spostando in capo al coniuge con reddito più basso (di solito la moglie) parte dell’onere fiscale, ed allontanerebbe ancor di più il nostro paese dal raggiungimento di uno degli obiettivi dell’Agenda di Lisbona, che punta ad un tasso di partecipazione femminile alla forza-lavoro pari almeno al 60% (attualmente l’Italia è poco sopra il 40%);

A parte il fatto che ho seri dubbi circa l’opportunità di considerare Vangelo gli obiettivi dell’agenda di Lisbona, così come tanti altri “prodotti” dell’ipertrofico ingranaggio “europeo” (vedasi, a mero titolo di esempio, la famigerata “costituzione” sonoramente bocciata dai popoli europei, o la vergognosa sentenza sui crocifissi nelle aule), in ogni caso questo secondo cui la sua adozione avrebbe come effetto collaterale quello di “ridurre l’offerta di lavoro femminile” è argomento tanto caro agli avversari del “quoziente familiare” quanto assolutamente non provato. In Francia, ad esempio, il “quoziente familiare è adottato a livello nazionale (non solo locale come, ovviamente, si propone nel famoso Atto di indirizzo) eppure non mi pare che i cugini d’oltralpe stiano “messi male” quanto a “tasso di partecipazione femminile alla forza lavoro”.

Ah, dimenticavo, la terza persona singolare del verbo “avere” (“…a poi anche un altro effetto collaterale…”) si scriverebbe con l’“H”…

5) se l’unità impositiva passerà dall’individuo al nucleo familiare certamente ciò renderà più equa la calibratura del carico fiscale sulle famiglie nel tentativo di valorizzarne la funzione sociale per la comunità ma resta da capire e da definire in sede legislativa cosa si definisce come famiglia affrontando questioni giuridiche, amministrative gestionali e persino morali che ovviamente non possono essere affrontate da un’amministrazione comunale.

Questa, poi, tra tutte le obiezioni è in assoluto la più inconsistente. Nell’ordinamento giuridico italiano, infatti, che cosa sia la famiglia è chiarissimamente definito non in una legge qualunque, ma nella stessa Costituzione, precisamente all’art. 29 dove si dice che la Repubblica Italiana «riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Certo però la Costituzione — o al limite l’Atto di indirizzo della Lista Baldassarre, così evanescente e poco circostanziato da riportare integralmente il passo ora citato — bisognerebbe leggerla. Per davvero.”

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