Ghino di Tacco

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Povero Sandro strumentalizzato da Silvio

In GIOVANI, politica, Risorgimento on 31 luglio 2010 at 11:54
Sandro Pertini
Fa un certo effetto sentire il premier parlare di Sandro Pertini per giustificare l’atto di sfiducia del Pdl nei confronti del presidente della Camera, Gianfranco Fini.
Nel luglio del 1969, – ha dichiarato Berlusconi in un messaggio audio inviato ai promotori della libertà – verificatosi una situazione di divisione analoga nel Partito Socialista con la sinistra socialista, il Presidente Pertini, che era un grand’uomo e che aveva aderito alla sinistra, ritenne doveroso dimettersi e mandò a tutti una lettera con questa dichiarazione: “Correttezza vuole ch’io metta a vostra disposizione il mandato da voi affidatomi”. Spero che Pertini possa insegnare a qualcuno il modo in cui ci si debba comportare“.
Spero anche io che Pertini possa insegnare a qualcuno il modo in cui ci si debba comportare, e questo qualcuno non è Gianfranco Fini !!!
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DALLA FALSA CITTA’ DEI GIOVANI ALLA VERA CITTA’ PER VECCHI

In GIOVANI, politica, terni, terni on 28 luglio 2010 at 19:27

Sembra essere trascorso un secolo, invece non è passato nemmeno un anno da quando l’amministrazione comunale di Terni si crogiolava nelle sue agiografiche pubblicazioni e nelle sue visioni del futuro un pò troppo ottimistiche. Ci appaiono come ricordi lontani i tanti slogan raffaelliani e le tante città favoleggiate, i lunghi e roboanti discorsi e i costosissimi festival.

A ripensarli ora sembrano appartenere ad un epoca diversa dalla nostra.

Penserete ch’io sia impazzito, che abbia nostalgia. Ma non è così.

Una cosa però bisogna ammetterla, tutte quelle chiacchiere erano un pò meglio delle chiacchiere di oggi. Nè alle une, né alle altre  sono seguiti o seguiranno fatti, ma almeno le prime erano un pò più stimolanti.  Essere passati da un demagogico ma positivo “Nella città ascoltata nessuno è rimasto solo” ad un ingenuo “Faccio l’acciaio mica i cioccolatini” non è stato un salto da poco ma una vera e propria regressione. E lo vediamo tutti i giorni. Al cambiamento del linguaggio è collegato anche un cambiamento più squisitamente politico soprattutto per quanto riguarda il sociale, la cultura e i giovani.

Dalla falsa “Città dei giovani” siamo passati alla vera città per vecchi. Dalle continue promesse di modernizzazione al vuoto totale.

Solo pochi mesi fa leggevamo: “Ed è anche per questo che le trasformazioni che hanno investito, anche in nome della modernità, la nostra città non possono evitare di porsi domande sui giovani, sui loro bisogni, desideri, ambizioni ed aspettative, e di raccogliere le sfide che queste giovani generazioni pongono. La principale è quella che sa riconoscere nei ragazzi e nelle ragazze di oggi la forza di una risorsa per le nostre comunità. Siamo troppo spesso portati a parlare di giovani in termini problematici, talvolta emergenziali qualsi sempre di carattere sociale. Certo, è verso di loro che guardano madri e padri, è in loro nome che si parla di investimenti e di futuro. Ma la grande risorsa che essi già oggi rappresentano e la ricchezza straordinaria che esprimono emerge ancora troppo debolmente in una società disgregata, frammentata ed individualizzata“, oppure: “Se esiste un filo rosso che ha legato le politiche giovanili di questo decennio sta qui: nella forza dei giovani di essere progetto di motamento sociale e protagonista di uno scenario che sis ta trasformando sotto i nostri occhi e che ha bisogno della loro energia, dei loro talenti, delle loro capacità e persino delle loro contraddizione“, o infine: “Allora se tutti abbandoniamo una retorica paternalistica e ci confrontiamo alla pari con i ragazzi e le ragazze che anche con questa pubblicazione ci parlano e ci interrogano, forse davvero riusciamo a fare insieme un importante passo avanti nel dare senso alle realtà possibili“. Certo erano chiacchiere, ma oggi subiamo le borghesi, bigotte e paternalistiche ordinanze anti-rumore ed anti-bivacco. Subiamo i tagli della stragrande maggioranza delle attività culturali. Un ritorno al passato che rende la sinistra ternana sempre più simile alla destra.

Conlcudo, non vi preoccupate. In una città che non ci offre lavoro e futuro è giusto che ci venga tolto anche il presente ed è ancora più giusto che si tutelino le tranquille notti di quattro vecchietti, ex giovani ed ex comunisti.  FACEVAMO L’ACCIAIO, ORA COSA FAREMO?

AGLI OPERAI ITALIANI, di Giuseppe Mazzimi [dedica a “Dei doveri dell’uomo”, 1906]

In politica, Risorgimento on 27 luglio 2010 at 16:50

Giuseppe Mazzini

AGLI OPERAI ITALIANI [1]

A voi, figli e figlie del popolo, io dedico questo libretto, nel quale ho accennato i principii in nome e per virtù dei quali voi compirete, volendo, la vostra missione in Italia: missione di progresso repubblicano per tutti e d’emancipazione per voi. Quei che per favore speciale di circostanze o d’ingegno, possono più facilmente addentrarsi nell’intelletto di quei principii, li spieghino, li commentino agli altri, coll’amore, col quale io pensava, scrivendo, a voi, ai vostri dolori, alle vostre vergini aspirazioni, alla nuova vita che – superata l’ingiusta ineguaglianza funesta alle facoltà vostre – infonderete nella Patria Italiana.

Io v’amai fin dà miei primi anni. Gl’istinti repubblicani di mia madre m’insegnarono a cercare nel mio simile l’uomo, non il ricco o il potente; e l’inconscia semplice virtù paterna m’avvezzò ad ammirare, più che la boriosa atteggiata mezzasapienza, la tacita inavvertita virtù di sagrificio ch’è spesso in voi. Più dopo, dalla nostra Storia raccolsi come la vera vita d’Italia, sia vita di popolo; come il lavoro lento dei secoli abbia sempre inteso a preparare, di mezzo all’urto delle razze diverse e alle mutazioni superficiali e passeggere delle usurpazioni e delle conquiste, la grande Unità democratica Nazionale. E allora, tranta anni addietro, mi diedi a voi.

Io vidi che la Patria, la Patria Una, d’eguali e di liberi, non escirebbe da una aristocrazia che tra noi non ebbe mai vita collettiva ed iniziatrice, né dalla Monarchia che s’insinuò, nel XVI secolo, sull’orme dello straniero e senza missione propria, fra noi, senza pensiero d’Unità o d’emancipazione; ma solamente dal popolo d’Italia – e lo dissi. Vidi che a voi bisognava sottrarsi al giogo del salario e fare a poco a poco, colla libera associazione, padrone il Lavoro del suolo e dei capitali d’Italia – e, prima che il socialismo delle sètte francesi venisse a intorbidar la quistione, lo dissi. Vidi che l’Italia, quale l’anime nostre la presentono, non sarebbe se non quando una Legge Morale, riconosciuta e superiore a tutti quei che si collocano intermediari fra Dio e il Popolo, avrebbe rovesciato la base d’ogni autorità tirannica, il Papato – e lo dissi. Né mai per pazze accuse e calunnie e derisioni che mi si gettassero, tradii voi e la causa vostra, né disertai la bandiera dell’avvenire, quand’anche voi stessi, travolti da insegnamenti d’uomini più che credenti, idolatri, m’abbandonaste per chi, dopo aver trafficato sul vostro sangue, torceva il suo sguardo da voi. La vigorosa sincera stretta di mano d’alcuni dei migliori tra voi, figlie e figli del popolo, mi consolò dall’abbandono altrui e di molte acerbissime delusioni versate sull’anima mia da uomini ch’io pure amava e che avevano professato d’amarmi. M’avanzano pochi anni di vita, ma il patto stretto da quei pochi con me non sarà violato per cosa che avvenga sino al mio ultimo giorno; e forse gli sopravviverà.

Pensate a me com’io penso a voi. Affratelliamoci nell’affetto alla Patria. In voi segnatamente sta l’elemento del suo avvenire. Ma questo avvenire della Patria e vostro, voi non lo fonderete se non liberandovi da due piaghe che oggi pur troppo, spero per breve tempo, contaminano le classi più agiate e minacciano di sviare il progresso italiano: il Machiavellismo e il Materialismo. Il primo, travestimento meschino della scienza d’un Grande infelice, v’allontana dall’amore e dall’adorazione schietta e lealmente audace della Verità: il secondo vi trascina inevitabilmente, col culto degli interessi, all’egoismo ed all’anarchia.

Voi dovete adorar Dio per sottrarvi all’arbitrio e alla prepotenza degli uomini. E nella guerra che si combatte nel mondo tra il Bene ed il Male, dovete dare il vostro nome alla Bandiera del Bene e avversare, senza tregua, il Male, respingendo ogni dubbia insegna, ogni transazione codarda, ogni ipocrisia di capi che cercano maneggiarsi fra i due; sulla via del primo, voi m’avrete, finch’io vivo, compagno.

E perché quelle due Menzogne vi sono spesso affacciate con apparenze seduttrici e con un fascino di speranze che solo il culto di Dio e della Verità può tradurre in fatti per voi, ho creduto debito di scrivere, a premunirvi, questo libretto. Io v’amo troppo per adulare alle vostre passioni o accarezzare i sogni dorati coi quali altri tenta ottenere favore da voi. La mia voce può apparirvi severa e troppo insistente a insegnarvi la necessità del sagrificio e della virtù per altrui. Ma io so, e voi, buoni e non guasti da una falsa scienza o dalla ricchezza, intenderete fra breve, che ogni vostro diritto non può essere frutto che d’un dovere compito.

Addio. Abbiatemi ora e sempre vostro fratello.

Giuseppe Mazzini

Aprile 23 – 1860.

[1] Operai: “La parola operaio non ha per noi alcuna indicazione di classe nel significato comunemente ammesso nel vocabolo: non rappresenta inferiorità o superiorità sulla scala sociale: esprime un ramo d’occupazione speciale, un genere di lavoro, un’applicazione determinata della attività umana, una certa funzione nella società; non altro. Diciamo operaio come diciamo avvocato, mercante, chirurgo, ingegnere. Tra codeste occupazioni non corre divario alcuno quanto ai diritti e ai doveri di cittadini… Le sole differenze che noi ammettiamo tra i membri di uno Stato sono le differenze di educazione morale. Un giorno, l’educazione generale uniforme ci darà una comune morale. Un giorno, saremo tutti operai, cioè vivremo tutti sulla retribuzione dell’opera nostra in qualunque direzione s’eserciti”. Così Mazzini nell'”Apostolato Popolare” dell’aprile 1842.